IL BLOG DI SERGIO VIVI



sabato 18 giugno 2005

Euro e competività

A proposito della perdita di competitività il mio amico Tomaso F. ha avanzato la seguente tesi:

La principale causa di perdita di competitività dell’Italia è l’euro, alla cui adozione si devono addebitare il blocco degli investimenti e dello sviluppo naturale del paese. A quel tempo non c’erano le possibilità concrete dell’Italia di recuperare il gap strutturale esistente con gli altri paesi aderenti, per cui, l’impossibilità di svalutare (o di lasciare fluttuare liberamente) la moneta avrebbe provocato una perdita di competitività con conseguente diminuzione (crescente nel tempo) di quelle risorse da destinare alla realizzazione delle riforme necessarie a portarci al livello degli altri. Si sarebbe innescata una retrazione positiva che avrebbe, nel tempo, reso instabile il sistema facendolo precipitare -come una bilia che cade in un imbuto- verso un nuovo “attrattore” in fondo al quale avrebbe trovato un nuovo stato stabile denominato DECLINO.

Leggete ora il seguente programma:

«L’Italia è uno tra i paesi più avanzati al mondo. Con un tasso di crescita superiore al 2,5% e un’inflazione sotto controllo, le sfide che abbiamo davanti non fanno paura.
. . . . Entro il 2006 l’Italia dovrà essere un paese diverso da oggi, con un livello di competitività elevato, uno sviluppo più dinamico, una buona integrazione sociale, una disoccupazione ricondotta alle sue soglie fisiologiche, uno Stato più moderno, servizi più efficienti, un insieme di riforme finalmente compiute, un ruolo da protagonista nel nuovo scenario internazionale.
. . . . noi indichiamo proposte e misure concrete, con una credibilità che deriva dai risultati raggiunti (negli ultimi) 5 anni:
. . . . il risanamento della finanza pubblica, la ripresa del processo di sviluppo, l’ingresso nell’euro, la disoccupazione scesa sotto il 10% –con 1.454.000 occupati in più–, la capitalizzazione della borsa triplicata, la riduzione dei tassi di interesse al 5%, il consistente recupero di evasione fiscale, le privatizzazioni e il varo di riforme strategiche.
Le nostre proposte per il contenimento della spesa pubblica corrente e la riduzione degli oneri degli interessi sul debito pubblico porteranno all’erario circa 70.000 miliardi di risorse aggiuntive, che si sommeranno ai 30.000 recuperati dall’evasione fiscale. Si tratta di 100.000 miliardi, una cifra ingente, che sappiamo come spendere».

La tesi che la principale causa di perdita di competitività dell’Italia è l’euro, alla cui adozione si devono addebitare il blocco degli investimenti e dello sviluppo naturale del paese, come si vede è facilmente confutabile. La perdita di competitività si poteva evitare, con o senza l’euro, soltanto che gli italiani nel 2001 avessero mandato al governo l’Ulivo che avrebbe senz’altro tenuto fede alle solenni affermazioni sopra riportate (tratte da “Il programma dell’Ulivo per il governo 2001/2006, presentato da Francesco Rutelli, Newton & Compton editori) invece che la Casa delle Libertà.

F. sostiene anche -quello che già si sapeva- che la realtà del nostro paese, la sua cultura, l’opinione pubblica più diffusa, impediscono di fatto ogni cambiamento. Nessuno vuole rinunciare ai propri privilegi, tutti sono in grado di condizionare con i propri voti elettorali qualsiasi formazione di governo.

A parte gli scherzi, io penso che il comportamento del popolo italiano sia naturale e non diverso da quello di tutti gli altri (anche i francesi hanno bocciato la costituzione UE per paura dell’ “idraulico polacco”) così come è naturale che gli abitanti della Padania difendano il loro particolare, la loro “roba”, come fanno i siciliani. Tutti teniamo dei legittimi (legali)comportamenti individuali il cui esito “inintenzionale” –come direbbe Friedrich A. von Hayek- è quello di impedire il cambiamento.

Penso, invece, che prendere decisioni tra le possibili scelte e cercare di riformare il sistema nell’interesse di tutti spetti alla classe politica e dirigente del paese e, in particolare, alla maggioranza di governo. Almeno noi crediamo di eleggerli per svolgere questo compito.

Ma è possibile per la classe politica fare riforme strutturali in Italia?

Secondo alcuni commentatori politici (Piero Ostellino, La sindrome antiriformista, Corriere della Sera, 16 aprile 2005) siamo vittime di una sindrome antiriformista riscontrabile sia nel centro-destra che nel centro-sinistra.
A destra, qualsiasi riforma proposta da FI e dalla Lega è rifiutata sia dall’ UDC che da AN gelose del proprio elettorato, mentre, a sinistra, i riformisti di Fassino e D’Alema sarebbero vittime di un Prodi che si appresterebbe a governare da ex democristiano, «che rimane il prodotto tipico, a Denominazione di Origine Controllata, della Dc del “compromesso continuo” con gli interessi organizzati, dei finanziamenti a fondo perduto al Meridione, dei sussidi alla grande industria,del neo-corporativismo sindacale, dell’occupazione dello Stato.»

Quello che manca è un partito di massa veramente riformista e libero da condizionamenti estremistici. La realtà è che le elezioni in Italia, in questo periodo storico, servono soprattutto a consegnare il potere a una delle due “bande” contrapposte aventi gli stessi pregi e gli stessi difetti. Poi –come scriveva Gaetano Mosca, il teorico delle “élites”- se gli interessi dei governanti coincideranno in minima parte con quelli del popolo tanto meglio. Altrimenti pazienza!

La mia opinione -da profano in economia- è di mantenere l’euro anche se altri paesi aderenti dovessero nel tempo cambiare moneta. Quando fossimo rimasti l’unico paese con l’euro allora potremmo lasciarlo fluttuare liberamente o svalutarlo.
L’introduzione dell’euro l’abbiamo pagata a caro prezzo. Altrettanto caro pagheremmo il ritorno alla lira.

In conclusione, resta la domanda:
Siamo sicuri che il non entrare nell'euro avrebbe permesso all'Italia di compiere il tragitto virtuoso verso le riforme strutturali necessarie?


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Il punto di vista, magari irrilevante e sbagliato, di un cittadino qualunque, confidente nella libertà, detentore saltuario della sovranità, indotto a cederla, nell’occasione, a rappresentanti per niente fidati.

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