venerdì 11 maggio 2007
Un voto specchio della gente
Da segnalare, sulla Stampa di oggi, l'articolo del professor Brunello Mantelli, docente di Storia dell'Europa presso la Facoltà di Lettere e Filosofiadell'Università di Torino, sull'esigenza che la questione della rappresentanza sia presente nel dibattito politico, e non sia prevaricata dalla preponderanza assunta dalla «governabilità».
giovedì 10 maggio 2007
Il modello elettorale ticinese
Perché non prendere in considerazione anche qualche modello extracomunitario?
Ad esempio, navigando nel web per trovare riscontri a quanto ho scritto nella mia proposta di riforma, ho trovato quello ticinese.
Il Cantone Ticino è una repubblica democratica di cultura e lingua italiane.
Il Cantone è membro della Confederazione svizzera e la sua sovranità è limitata soltanto dalla Costituzione federale.
Le ultime elezioni cantonali si sono tenute l’1 aprile scorso.
Si dovevano eleggere i novanta membri del Gran Consiglio, a cui concorrevano le liste di tredici partiti (tra parentesi i seggi attribuiti):
Ticino pulito
Partito Socialista (18)
Partito Liberale Radicale Ticinese (27)
UDC – SVP (5)
Lega dei Ticinesi (15)
Unione Democratica Federale / UDF Ticino
Partito Popolare Democratico (21)
Liberali Nazionali
I Verdi (4)
Il Guastafeste
Partito del Lavoro e Giovani progressisti
Movimento per il socialismo
Basta Divieti
Si dovevano eleggere anche i cinque membri del Consiglio di Stato, a cui concorrevano soltanto DIECI partiti (tra parentesi i seggi attribuiti):
Ticino pulito
Partito Socialista (1)
Partito Liberale Radicale Ticinese (2)
UDC - SVP
Lega dei Ticinesi (1)
Unione Democratica Federale / UDF Ticino
Partito Popolare Democratico (1)
Liberali Nazionali
I Verdi
Il Guastafeste
L'elezione del Gran Consiglio e del Consiglio di Stato avviene in un circondario unico con il sistema proporzionale (artt. 35 Cost cant, 57 cpv. 2 , 72 e 80 LEDP.)
Espressione del voto(artt. 37 e 44 LEDP)
L’elettore può esprimere un numero di preferenze ai candidati pari al numero dei seggi da attribuire (90 voti preferenziali ai candidati per il Gran Consiglio e 5 voti preferenziali ai candidati per il Consiglio di Stato) sia votando la scheda con o senza intestazione della lista.
Con intestazione della lista
L'elettore vota di proprio pugno esprimendo il voto per la lista prescelta: apponendo una croce nella casella che affianca la denominazione (sigla) della lista prescelta. Può esprimere voti preferenziali sia a candidati della lista prescelta sia a candidati di altre liste, appone una croce nelle caselle che affiancano i nomi dei candidati prescelti.
Nella scheda con intestazione di lista, se i voti preferenziali superano il limite massimo consentito, tutte le preferenze sono annullate: la scheda rimane comunque valida e viene considerata quale scheda "secca".
Senza intestazione della lista
L’elettore deve porre una croce nella casella “Senza intestazione”.
L'elettore vota di proprio pugno esprimendo il voto a singoli candidati, senza dare il voto ad una lista, apponendo una croce nella casella che affianca il nome dei candidati prescelti. L’omissione della croce nella casella “Senza intestazione” non è motivo di nullità della scheda.
Nella scheda senza intestazione della lista, se i voti preferenziali superano il massimo consentito, le preferenze sono cancellate e la scheda è considerata nulla.
Dal sito Repubblica e Cantone Ticino
martedì 8 maggio 2007
Gerontocrazia
«… fino a quando i partiti saranno più importanti dei gruppi parlamentari e i parlamentari continueranno a essere designati dalle segreterie dei partiti, l'Italia continuerà a essere una gerontocrazia».
Romano, però, ritiene che non sempre l’età avanzata sia un handicap per la vita politica:«… le leggi con cui si limitano i mandati parlamentari o istituzionali possono essere in qualche caso contrarie al buon senso. Vi sono circostanze in cui un "vecchio arnese " della politica può essere utile al suo Paese».
Se fosse accolta la mia proposta di legge elettorale, i gruppi parlamentare sarebbero privilegiati rispetto ai partiti. I parlamentari non sarebbero scelti dalle segreterie dei partiti. Soprattutto gli elettori sarebbero liberi di votare anche “i vecchi” che lo meritano e costoro, se eletti, potrebbero andare giustamente fieri della loro riconferma.
Quello della “giovinezza dei candidati”, assieme alle quote rosa e assieme al “proliferare dei partiti” sono fra i tanti luoghi comuni imposti dal politically correct.
sabato 5 maggio 2007
Inciviltà e referendum
«… contro un uomo che da venti anni coltiva il sogno di cambiare la sostanza degli italiani cambiando la loro forma elettorale. E che adesso, dopo essere diventato nonno, invece di fare il referendario in pensione, e magari anche il padre della patria, è di nuovo per strada a raccogliere firme, a fare cioè la cosa più ingenua che si possa fare in politica, che è rapporto di forze, è potenza. … E’ stato picchiato Mario Segni, l’uomo che incarnò per un momento l’alta illusione collettiva di trasformare tutti i politici italiani, compreso se stesso, in agili e leggeri trasvolatori, in tanti Icaro a cui attaccare le ali di cera della modernità, del mito anglosassone, della civiltà del maggioritario, dell’alternanza e della stabilità».
A Mario Segni la solidarietà di tutti gli uomini di buona volontà.
Evviva l’istituto del referendum!
~ ~ ~ ~ ~
Ieri, imbattutomi in un banchetto sotto il portico di palazzo d’Accursio, anche io ho messo la mia firma, anche se non mi soddisfano gli obiettivi –obbligati- del referendum. E’, in ogni modo, uno strumento efficace per costringere i politici a cambiare la legge.
Rivoglio il voto di preferenza: per scegliere non un singolo, ma alcuni nomi. Non su una lista territoriale, ma su un elenco nazionale. Non solo dalle liste dei partiti, ma anche da elenchi d’indipendenti.
Sarò controcorrente, ma credo che l’unico metodo democratico per eleggere i detentori del potere legislativo sia il proporzionale puro.
Nulla impedisce che, in parlamento, si possa perseguire la sintesi delle posizioni politiche e si dia vita ad un potere esecutivo stabile. Basta applicare un pò di matematica elementare.
Contatti
Almeno un’occhiata, ogni tanto ce la danno.
Sicuramente quella di un impiegato. Da non meno di 5mila euro al mese, però.
Un segnale sufficiente a dare un po’ di vigore alle nostre velleità di blogger.
venerdì 4 maggio 2007
La nuova Telecom
La società si è liberata della gestione di almeno tre dei quattro rappresentanti del “capitalismo straccione” e della “scatola cinese” denominata Olimpia.
Al posto di questa, Generali, Mediobanca, Intesa S.Paolo e Benetton assieme alla spagnola Telefonica ne hanno immediatamente costituita una nuova chiamata Telco.
Pirelli & C ha incassato 3,3 miliardi di euro dalla vendita dell’80% di Olimpia
Benetton ha incassato 800 milioni dalla vendita del restante 20%
Totale 4,1 miliardi di euro.
Una volta formalizzata la vendita,
Benetton reinvestirà 400 milioni di euro
Intesa S.Paolo investirà 500 milioni di euro.
Generali e Mediobanca apporteranno le loro azioni già possedute, senza sborsare un euro
Telefonica pagherà circa 2,4 miliardi di euro (pagando le azioni intorno a tre euro, invece dei 2,2 quotati in borsa).
Totale 3,3 miliardi di euro
Telco dovrà accendere un nuovo prestito di 800 milioni per arrivare a pagare i 4,1 miliardi pattuiti
e si accollerà anche i 2,6 miliardi di debiti presenti in Olimpia.
A noi poveri mortali sembrano affari del cavolo. Uno si chiede: ma Telefonica è per caso una società di beneficenza?
Non proprio. Il giorno dopo, tramite un comunicato definito “sibillino” dai giornali filogovernativi, la società spagnola ha annunciato di avere:
un diritto di prelazione sulla vendita di azioni della nuova società;
un diritto di veto sulla modifica dell’azionariato, sulla politica dei dividendi e sulle dismissioni.
Per determinate decisioni servirà la maggioranza qualificata dei due/terzi, per questo dovrà esserci anche l’accordo di Telefonica.
Paradosso. Se si dovesse verificare la confluenza in Telco dei due pacchetti di azioni Telecom possedute da Generali e Mediobanca, l’assetto proprietario varierebbe come rappresentato nel grafico 2 sottostante. Telefonica perderebbe il suo diritto di veto, superando gli altri soci –anche se di poco- la maggioranza dei due/terzi. E’ da prevedere che proprio in quell’occasione Telefonica porrebbe il veto alla confluenza di Generali e Mediobanca, se non accompagnata dall’ingresso di nuovi soci graditi agli spagnoli.
martedì 1 maggio 2007
Le primarie "embedded"
Elezioni: un candidato, un partito
Il tema delle primarie ha conquistato, ormai, un posto di rilievo nel dibattito interno al centrosinistra. Ma è diventato da subito anche un motivo di divisione.
Così ad Arturo Parisi che, nell’ottobre del 2005, sosteneva che «le primarie hanno fatto nascere la più grande organizzazione politica d’Europa», Franco Marini replicava (sulla Stampa del 22 novembre 2005): «Fare un’affermazione del genere indica un vizio, forse non voluto: l’accettazione di una visione plebiscitaria della politica. C’è il grande evento, si vota per il leader, si cancellano i partiti, si instaura un rapporto diretto con il popolo. Ma questo è proprio quello che aborriamo, la personalizzazione della politica. Questo è berlusconismo ... Noi non dobbiamo commettere l’errore di eliminare le strutture portanti della democrazia (i partiti). Dobbiamo invece coniugare la vita di queste strutture con le novità e l’apertura verso i nuovi gruppi dirigenti».
In una lettera, inviata alla Repubblica il 22 aprile 2007, Romano Prodi ritiene fondamentale per il successo del Partito democratico affrontare e consolidare alcuni punti programmatici a cui guardare come a delle linee guida essenziali. Dopo “il bisogno di Europa che il Paese ha”, mette al secondo posto il tema delle “primarie”.
«Inoltre, senza evocare ancora una volta “lo spirito delle primarie”, dobbiamo però trarre da quella esperienza un grande insegnamento, un segnale che quella domenica di ottobre ci è arrivato chiaro e forte e che non possiamo perdere: la politica del nuovo secolo è partecipazione ed ha successo solo in quanto è partecipata. Dobbiamo quindi inventare nuovi modi per allargare il coinvolgimento dei cittadini, in una dialettica dell’inclusione e della condivisione tale da fidelizzare il loro consenso».
Nell’ottobre del 2005, commentando le primarie, Prodi aveva detto:
«… Più di tre milioni di italiani ci hanno detto che vogliono contare di più per decidere il loro futuro. Ci hanno detto che hanno speranza e vogliono cambiare. La democrazia si difende con la democrazia e noi l'abbiamo fatto con le primarie. Insieme dobbiamo dare gambe e cuore a questa speranza …».
Cosa si aspetta, allora, a dare gambe alla speranza ed a inventare nuovi modi?
Fatti, non parole. Ma non per fidelizzare il consenso al proprio partito, ma per dare a tutti i cittadini la possibilità di essere eletti, ed agli elettori la possibilità di scegliere i candidati col voto di preferenza.
La contraddizione più stridente dell’attuale sistema politico è, infatti, il clamore che si fa sul bisogno di primarie, nel deserto di proposte per il ritorno al voto di preferenza.
Commentando, giovedì 5 aprile 2007 su Avvenire, la “bozza Chiti” e la “bozza Calderoli”, lo spiega bene Marco Tarquinio:
«…C'è però anche un'altra coincidenza tra quelle due ipotesi di lavoro, che dovrebbero correggere le storture delle norme attuali. E cioè la conferma dell'abolizione totale del voto di preferenza. Una coincidenza tanto impressionante quanto incredibilmente sottaciuta. Evidentemente l'impossibilità per gli elettori di intervenire sulle liste dei candidati, esprimendo la propria scelta, non è considerata dai "riformatori" di entrambi i poli un problema da risolvere. O, forse, è ritenuta addirittura una conquista da difendere. E, in effetti, se proviamo a metterci dalla parte di chi le liste dei candidati le compila, è piuttosto facile arrivare alla conclusione che la rimozione del voto di preferenza ha rappresentato per i capipartito una svolta persino entusiasmante. Quel potere democratico di selezione della classe dirigente che dovrebbe spettare, in percentuali quasi analoghe, a forze politiche (che elaborano e propongono) ed elettori (che scelgono) ha finito, passo dopo passo, per essere trasferito quasi interamente ai vertici dei partiti: ai cittadini solo l'indicazione di uno dei simboli in lizza; ai titolari dei simboli la decisione effettiva sugli eletti».
Nelle democrazie moderne non c’è più una netta divisione tra potere legislativo e potere esecutivo.
L’articolo 71 della nostra Costituzione prevede che l’iniziativa delle leggi appartenga nell’ordine al Governo, a ciascun membro delle Camere … ed al popolo. L’approvazione delle leggi spetta comunque al Parlamento (art.70). Perché il dibattito sulla formazione delle leggi sia democratico occorre che tutte le voci siano presenti nel Parlamento.
Anche se, «come mostrano gli studi sull’opinione pubblica, i segmenti elettorali veramente
diversi fra loro non sono più di sei o sette», è difficile trovare tra i candidati proposti dai partiti quello che rappresenta il proprio “segmento”.
Perché si dovrebbe «mettere uno stop alla dinamica della frammentazione in corso»?
La frammentazione può essere svantaggiosa per la governabilità, ma è una risorsa per la discussione.
Occorre, pertanto, liberalizzare la scelta degli elettori, rendendola la massima possibile.
Tutti dovrebbero avere la possibilità di candidarsi, anche al di fuori dei partiti, e senza dover raccogliere firme di presentazione. L’ideale sarebbe poter scegliere liberamente, esprimendo alcune preferenze, dall’intero registro degli elettori.
La sintesi delle varie posizioni politiche avverrebbe in Parlamento con la costituzione dei gruppi parlamentari (da molti partiti a pochi gruppi, il contrario di quello che avviene ora dai pochi “listoni-insalata” a molti gruppi). Basterebbe che il compito di esprimere il governo fosse attribuito al gruppo maggioritario della Camera. A questo gruppo (e al suo omologo del Senato, anche se non maggioritario) verrebbe attribuito un voto pesante, opportunamente calcolato, per garantire la governabilità (si privilegia il gruppo della Camera perché rappresentativo di una platea più vasta di elettori).
Una legge elettorale impostata su questi principi (vedere la proposta in testa al blog) renderebbe di fatto inutile effettuare “le primarie”, in quanto queste sarebbero un tutt’uno con le elezioni vere e proprie. Sarebbero elezioni con “primarie embedded”.
sabato 21 aprile 2007
Non può mica fare tutto lui
A SEGUITO DI VARIAZIONI NORMATIVE FISCALI
QUESTO CUD 2007
SOSTITUISCE QUELLO PRECEDENTEMENTE INVIATO
Quante persone hanno letto, in questi giorni, questa avvertenza.
Le norme dell’ultima finanziaria hanno introdotto, a quanto pare -oltre alla libertà per i comuni di innalzare l’aliquota dell’addizionale Irpef- anche il pagamento dell’acconto annuale.
Probabilmente a causa dei ritardi con cui molti degli 80.000 comuni hanno deliberato l’aliquota dell’addizionale per l’anno in corso, i sostituti d’imposta (enti previdenziali ed aziende) che hanno inviato –a termine di legge- prima del 15 marzo un primo CUD basato sulle aliquote del 2006, sono stati successivamente costretti a inviarne un secondo basato su quelle del 2007.
Così, alla mia famiglia, sono arrivati due certificati INPDAP (uno datato 2 gennaio, l’altro 28 febbraio) e due certificati INPS (31 dicembre e 30 marzo - recapitato però l’11 aprile). Sola e unica differenza l’importo della casella 7-bis [Acconto 2007 dell’Addizionale comunale all’Irpef]: 31 euro in più nel primo caso, 34 euro in più nel secondo.
Un sacco di gente ha fatto il lavoro due volte, Caf compresi, dato che hanno cominciato ad accettare i modelli 730 intorno al 20 marzo.
Chi avesse già consegnato il modello e avesse già ottenuto il visto di conformità, cosa deve fare?
Elementare Watson: il “cittadino lavoratore” o il “cittadino pensionato” dovrà perdere un’altra mattina e spendere 2 euro di bus -circa il 6% delle cifre in ballo- per recarsi al CAF una seconda volta.
Perché quando fanno le leggi non pensano alle conseguenze?
Quanto viene a costare questo pasticcio?
Perché dobbiamo continuare a subire un’Amministrazione così scalcinata?
E’ questa «la serietà al governo» che Prodi ci aveva promesso?
Anche se –è giusto concederlo- non può mica fare tutto lui.
giovedì 19 aprile 2007
Occhio ai numeri: se li conosci li eviti
«In Italia o vinci la lotteria o ti butti in politica. Il risultato è lo stesso: una vita al riparo dalle difficoltà economiche. Questo devono aver pensato gli oltre 400mila cittadini che oggi vivono di politica: deputati, assessori, consiglieri locali e consulenti. Un esercito che costa alle casse dello stato oltre tre miliardi di euro, all’anno».
Chiunque leggendo la seconda cifra e pensando agli stipendi dei parlamentari non può che esclamare: cavolo!
E’ successo anche a me di recriminare sui costi della politica ma, se i dati riportati nell’articolo sono veri, non posso che fare ammenda.
Tre miliardi di euro diviso 400mila persone dà una media di 7.500 euro all’anno, 625 euro al mese. Meno di un contrattista a progetto. Per fortuna ho fatto il metalmeccanico.
Queste esagerazioni capitano spesso, in tutti i campi: ad esempio, quando si parla di evasione fiscale o dei guadagni dei lavoratori autonomi.
mercoledì 18 aprile 2007
Dittatura della maggioranza e legge elettorale
«Questa è la dittatura della maggioranza» tuonò Giuliano Amato per definire il progetto di riforma costituzionale della Casa della Libertà (la Repubblica, 21 gennaio 2004).
La Casa delle Libertà, con il suo progetto di riforma costituzionale, «sta creando le premesse per una moderna e pericolosissima dittatura di maggioranza, anzi del primo ministro stesso» dichiarò il leader dell’Unione Romano Prodi, che aggiunse: «Prima di tutto e avanti a tutto abbiamo un dovere essenziale al quale adempiere: fare tutto ciò che è in nostro potere per avvisare il nostro popolo dei pericoli che incombono su di noi. Batterci in ogni modo perché nessuno possa dire domani che non sapeva, che non vedeva, che non capiva» (Corriere della Sera, 11 marzo 2005).
Allo stesso argomento si ricorse in occasione dell’approvazione della “legge Gasparri” sulle telecomunicazioni.
Adesso che è al governo e che cura personalmente l’iter delle modifiche, è bene che Prodi “adempia il dovere essenziale”, “faccia tutto quello che è in suo potere” per scongiurare che il pericolo si ripresenti nel prossimo futuro e dimostri “che sa, che vede e che capisce”.
Più che altro, preoccupa il fatto che, una volta avvenuta la fondazione, il Partito Democratico possa ottenere, alle prossime elezioni, una maggioranza così schiacciante, tale da fare impallidire quella ottenuta dalla Casa della Libertà nel 2001 e che, pertanto, il problema della DdM possa riproporsi.
[§] [§] [§] [§] [§]
Anch’io, nel mio piccolo, sto ragionando sulla riforma elettorale (vedere il banner in testa al blog). Penso, ad esempio, che sarebbe più giusto assegnare un premio di maggioranza - per permettere la governabilità- assegnando un voto di peso maggiore ai deputati del gruppo maggioritario che sostiene il governo, invece che un premio in seggi. Ho proposto la formula:
P x SM = Sm + 40
da cui:
P = (Sm + 40) / SM
dove:
P = Peso del voto dei deputati del gruppo parlamentare maggioritario
SM = Numero dei seggi del gruppo maggioritario
Sm = Totale dei seggi dei gruppi minoritari
40 = Maggioranza prefissata (espressa in numero di seggi virtuali)
Esempi di calcolo
Supponiamo, per semplicità, che si costituiscano alla Camera dei deputati sempre tre gruppi parlamentari composti come segue:
275, 257, 98
P = [(257 + 98) + 40] / 275 = 1,44
Rapporti di forza alla camera
275 x 1,44 > 396 vs 355 > +41
315, 221, 94
P = [(221 + 94) + 40] / 315 = 1,12
Rapporti di forza alla camera
315 x 1,13 > 355,95 vs 315 > +40,95
335, 203, 92
P = [(203 + 92) + 40] / 335 = 1,00
Rapporti di forza alla camera
335 x 1,00 > 335 vs 295 > +40
355, 185, 90
P = [(185 + 90) + 40] / 355 = 0,89
Rapporti di forza alla camera
355 x 0,89 > 315,95 vs 275 > meno 40,95
Nei primi due casi il peso del voto risulta maggiore di 1.
Nel terzo caso in cui il gruppo maggioritario ha conquistato 40 seggi (maggioranza prefissata) in più dell’opposizione –come in tutti i casi simili (ad esempio 299,299, 32) il peso del voto è uguale a 1. Ci possono essere, cioè, dei casi in cui non scatta nessun premio.
Nel quarto caso in cui il gruppo maggioritario ha conquistato oltre 40 seggi in più dell’opposizione il peso del voto risulta inferiore a 1.
Cioè la formula permette di mantenere i rapporti di forza alla camera intorno ai 40 seggi virtuali prefissati (le piccole differenze dal valore 40 sono dovute all’approssimazione del calcolo).
Come si vede questo meccanismo di regolazione della maggioranza previene anche l’instaurarsi di una «dittatura della maggioranza» , facendo sì che per l’approvazione di leggi che richiedono una maggioranza qualificata necessiti l’accordo con l’opposizione.
La formula non si riesce ad applicare soltanto nel caso in cui vengano costituiti soltanto due gruppi parlamentari di 315 deputati ciascuno. In questo caso o si fanno le larghe intese o si trova un criterio –ovviamente arbitrario- per attribuire la vittoria a un gruppo piuttosto che all’altro.
E’ stato fissato il valore di 40 per la maggioranza, ma non è detto che sia quello ottimale (ammesso che ci sia un valore ottimale).
domenica 15 aprile 2007
Le banche, Telecom e Tronchetti Provera
La notizia è di sabato 7 aprile:14 miliardi di utili (+26%) per le prime otto banche italiane.
Diconsi UTILI NETTI dopo le tasse.
Una mezza finanziaria.
Tre volte i 4 miliardi e 600 milioni di euro circa che AT&T e America Movil hanno offerto per l’acquisto dei due terzi di Olimpia, la società che controlla Telecom Italia.
Anche se su di me non piove mai, è una magnifica notizia. E’ il segnale che l’economia italiana regge. Che anche le aziende devono aver guadagnato, se hanno potuto alimentare tale flusso di denaro verso le banche (e, di conseguenza, verso il fisco le cui entrate sono in aumento anche nel 2007).
La notizia arriva mentre è in pieno svolgimento la vicenda Telecom.
Come sanno anche i sassi, attualmente il padrone di Telecom è Marco Tronchetti Provera.
Secondo Pietro Calabrese, direttore di Panorama, “un uomo corretto e perbene e il capitalismo nostrano non è che pulluli di esemplari simili”.
Secondo Eugenio Scalfari, fondatore della Repubblica, al contrario, il rappresentante di un capitalismo straccione, un “predatore” a danno di un azionariato diffuso, il cosiddetto “parco buoi”.
Fossimo in Russia il Nostro sarebbe già stato condannato ai lavori forzati e deportato in Siberia, dove Afef l’avrebbe voluto sicuramente seguire, così come la bellissima Gruscenka era pronta a seguire l’amato Dimijtri Karamàzov.
Ma davvero Tronchetti Provera è il padrone e il solo responsabile degli attuali guai di Telecom?
Guardiamo il grafico 1
In Pirelli & C, è stato costituito un patto di sindacato.
Da una parte, secondo Scalfari, quattro rappresentanti del capitalismo straccione (Tronchetti Provera, Benetton, Moratti e Lucchini) con il 25,84%, dall’altra sei nobili aziende bancarie e assicurative con il 20,36% di capitale (tanto indifferenti al denaro che, non appena la BCE aumenta il tasso di sconto, un minuto prima hanno già aumentato le rate dei mutui-casa di 100 euro, lasciando fermi allo zero-virgola i tassi creditori dei loro clienti).
In Olimpia il potere è nelle mani del patto di sindacato di Pirelli & C.
Si vede anche che le banche -maestre nel rastrellare denaro- hanno partecipazioni dappertutto: ad esempio, nella Camfin che controlla Pirelli & C, ma anche in questa che controlla Olimpia che controlla Telecom Italia e, da ultimo, anche in Telecom.
E’ lapalissiano che se sono predatori i rappresentanti dei “capitalisti straccioni”, lo sono anche le banche.
Tutto quello che ha fatto Tronchetti Provera, lo ha fatto perché le banche hanno trovato conveniente lasciarlo fare.
Ha scritto sul Corriere del 12 aprile Francesco Giavazzi:
“Per mantenere il controllo in mani italiane, il governo auspica che un gruppo di banche e fondazioni, senza alcuna esperienza nelle telecomunicazioni, facciano un’offerta analoga.
L’assurdità, come ha osservato Alessandro Penati su la Repubblica del 5 aprile, è che queste stesse istituzioni sono corresponsabili degli errori della gestione attuale, perché fino a ieri erano soci di Pirelli in Olimpia o siedono ancora nel sindacato che controlla Pirelli. Se qualcuno è disposto a pagare il 30% in più per il controllo di un’azienda, può avere due ragioni per farlo: o crede di riuscire a migliorarne la gestione (come gli olandesi con Antonveneta), oppure vuole ricavarne dei benefici privati. Quando il governo oggi auspica l’impegno di banche che hanno condiviso, seppur indirettamente, la gestione di Telecom è evidentemente pronto ad accordare loro questi benefici: ad
esempio la garanzia che nessuno metterà in discussione la governance autoreferenziale delle fondazioni che controllano la maggior parte del sistema finanziario italiano e nominano gli amministratori delle banche”.
Nei grafici 2 e 3 sono elencati in dettaglio i denari investiti rispettivamente in Pirelli & C ed in Telecom Italia.
Come finirà l’affare Telecom?
I problemi posti sono due:
la difesa dei piccoli azionisti,
lo scorporo e il potenziamento della rete.
Il primo lo considero un falso problema. Comperare azioni non è un obbligo per nessuno. Lo si fa, a lungo termine, per cercare di non fare perdere potere d’acquisto ai propri risparmi. Se non si vuole rischiare si comperano Bot e Cct, o Pronti contro termine.
Ma è poi vero che i piccoli azionisti vogliono essere difesi?
Né il Fondatore né il Comico hanno spiegato chiaramente in cosa consista la truffa ai loro danni. Vedremo, comunque, quante deleghe riuscirà a raccogliere Beppe Grillo fra le decine di migliaia di lettori del suo Blog.
Secondo la Consob, però, Grillo non avrebbe ottemperato -almeno fino al 3 aprile scorso- agli adempimenti previsti dagli artt. 136 e ss. del D.Lgs. n. 58/98 e degli artt. 132-138 del Regolamento Consob n. 1971/99 in materia di sollecitazione o di raccolta di deleghe di voto, che è un’attività riservata alle associazioni di piccoli azionisti rispondenti ai requisiti di cui all’art. 141 del TUF … bla, bla … bla.
Come si vede, un bel sbarramento.
E’ curiosa questa contraddizione: in politica si depreca l’esistenza dei troppi partitini e si auspica lo sbarramento per stroncarne il potere di veto. In economia si vogliono difendere i piccoli azionisti, però si permette ogni tipo di sbarramento (vedi gli adempimenti richiesti a Grillo) per impedire loro di votare in assemblea.
Gli sbarramenti sono sempre antidemocratici, in economia come nelle leggi elettorali.
Se si vogliono eliminare le scatole cinesi, si riformi il diritto societario invece di recriminare sul comportamento del singolo.
Innovazione della rete. E’ un compito di natura eminentemente tecnica che può essere affrontato soltanto da un’azienda a guida industriale. Non certamente dalle banche.
C’è il rischio di fare scelte riduttive: è meglio realizzare la dorsale nazionale con le fibre ottiche oppure con i ponti radio? Non sappiamo cosa ci riserva la tecnologia nel prossimo futuro.
Certamente non si potrà stendere una fibra ottica fra la terra e la luna.
Il telefono satellitare è già una realtà. Permette comunicazioni bidirezionali. Se si implementa l’oggetto con le potenzialità di un personal computer, ecco fatta l’internet satellitare che renderebbe inutile una dorsale a fibre ottiche.Oggi costerebbe troppo ma, come si sa, se diventa un consumo di massa i costi si abbassano rapidamente.
Se il potenziamento della rete non è compito delle banche, a maggior ragione non lo è della mano pubblica, specialmente sotto la guida di un governo di centrosinistra come l’attuale.
Hanno cancellato il ponte sullo stretto, la tirano per le lunghe con la TAV. Discutono tutti i giorni come spendere il “tesoretto” (grisbi, in francese), ma sanno che, dopo aver distribuito qualche briciola “alle fasce più deboli”, servirà a malapena a pagare le pesantissime penali alla società che si erano aggiudicati gli appalti del ponte e delle diverse tratte della TAV.
giovedì 12 aprile 2007
La sorpresa nell'uovo
L’uovo naturalmente era un Lindor da 550 grammi della Lindt, cioccolato di cui io sono ghiotto.
Ecco l’oggetto:
Si tratta di una luce per leggere a letto senza disturbare il partner.
Se poi si ha la fortuna di avere un letto con la testata di cuoio non c’è neppure bisogno di staccare e riattaccare la molletta ai fogli del libro quando si volta pagina. La si fissa al cuoio una volta per tutte.
Così, quando non voglio disturbare, spengo la lampada sul comodino e accendo la Lindt, snodabile, con un fascio di luce direzionale e concentrato sulla pagina, che lascia la stanza completamente al buio.
